When I wake up in my make up

 

La prima adolescenza, che gran casino: mi sentivo brutta,goffa,cicciona e non avevo sicurezza. 

Era un boom adolescenziale in piena regola, insomma, il problema era che io ero lasciata libera allo sbando perchè i miei, non ancora ECS, lavoravano entrambi ed era appena nato quella piaga di mio fratello, definito liberamente ‘Il bocia’ (anche adesso) -dal veneto: il ragazzino-. 

Io mi fermavo spesso a Verona, dove avevo iniziato il Liceo ed ho questo ricordo fortissimo: alle prime udienze generali genitori-professori, generalmente un disastro per me, tenevo il posto in coda a mia madre a Palazzo Montanari, la nostra decrepita ma gloriosa e antica sede, leggendo un libro. 

Era il fatidico 1996 e il libro era ‘I ragazzi dello Zoo di Berlino’; io non avevo neppure 14 anni e leggevo di questa tizia mia coetanea e dei suoi ciaffi e forse fu lì che, inconsciamente, decisi di adottare la sua strategia.

No, non drogarmi: quello sarebbe venuto molto dopo e non c’entra col trucco ma forse con qualcosa di simile al crearsi una maschera.

 

Se non potevo essere bella come le mie coetanee (sappiamo tutti la storia dello specchio deformante adolescenziale, spesso aggravato se mal condotto dall’essere cresciuta nelle varie Valli delle Lacrime e vestita da genitori incapaci che più che valorizzarti ti sepellivano), che mi apparivano leggere, aggraziate e vestite alla moda (mentre vivevano il mio stesso dramma ma in modo più nascosto), sarei stata la diversa. 

Avrei fatto come Christiane F, il trucco a nascondere la faccia, la pettinatura (a cui arrivai un anno dopo tagliando i miei capelli biondo naturale per far largo ad un’ossigenatura terrificante che ancora ora adoro e mantengo) a sviare, spesso con accessori stravaganti homemade, le sigarette da stronza e le lenti a contatto.

Nel giro di un anno ero un’altra, ero una delle più particolari, avevo coraggio, avevo i capelli mezzi rosa quando mi girava, rispondevo anche male (infatti in terza mi segarono più per comportamento che per altro); come Christiane F, mi impegnavo più a costruirmi un’immagine che a studiare, ed in questo ero aiutata dai miei che erano troppo presi per notare la mia rincorsa verso la stravaganza.

Andavo all’Epoca, la discoteca di domenica pomeriggio per mocciosi, con un look tra il gothic ed il ‘guarda che gnocca che non potrai toccare’!, diventai p.r e presto presi l’abitudine di entrare da sola, tanto conoscevo tutti. Mi fermavo tutti i pomeriggi a Verona, nella via dello shopping, rubavo dagli armadi delle mie amiche (poi restituivo però… molto spesso volevo solo vedere. Col tempo sarei diventata fanatica degli scambi. Quella maglia che tu non vuoi più e che odora dell’amore che ci hanno messo i tuoi a comprarla…).

 

RUBAVO COSMETICI. Senza quello la mia trasformazione non sarebbe mai avvenuta.

Di tutto, ero un maledetto falco e le stronzette si contendevano la mia amicizia per avere quello che volevano senza il mio corag… 

Disperazione. Era disperazione, poichè senza briglie sì, soldi no; grazie mami e papi. Mi avete fatto diventare una ladra in erba, non che rimpianga la cosa: avevo le cose più fighe, i prodotti appena usciti, tenevo capannello all’entrata di scuola fumando la mia Marlboro light scroccata. 

Avevo due migliori amiche ben diverse da me, ma finalmente amiche, e non solo per comodità o per la stravaganza, ma perchè si divertivano con una spostata come me.

Eravamo tre spostate io, la Principessa Heidi dai monti, la Contessa Perpelessa, gran sognatrice che mi faceva ridere quando partiva per la tangente, e Gran Dama Mirtillo che non riuscivo spesso ad afferrare, poichè credo in fondo si credesse più forte e più debole di me allo stesso tempo.

 

Tornando al taccheggio di cosmetici, cercate di capire: allora non c’era l’Essence o la Kiko o quelle altre marche da poco.

C’era la Maybelline che (per allora) costava poco, la Deborah e la Rimmel; quelle erano le marche easy start, ma sempre troppo per i nostri portafogli di Pucca, Onyx e per me il più figo, lo diceva anche lui: Badtz Maru, col suo motto ‘Be cool, wear Shades’!

Così mi davo al ladraggio selvaggio, finchè mia madre scoprì la mia riserva segreta e furono quasi i domiciliari per me. 

 

Però per un paio d’anni uscii in questo modo, meno drastico di quello che sarebbe venuto in seguito (droga, alcool e anoressia, nonchè ricoveri) dal dramma dell’adolescenza.

 

Fumavo in casa come una stronzissima Ian Curtis, so english, nella mia ‘tana’. Una mansarda dove c’era il mio primo pc dove scrivere il mio ‘romanzo’, un posacenere ed all’occorenza un po’ di Vermouth e Cocacola da mischiare per l’ispirazione.

Fantasticavo che un giorno sarei andata a Berlino (e come non ci sarei andata!?), cantavo come un’ossessa, scrivevo poesie e canzoni, e cercavo gente sempre più stravagante. Ovviamente dal paesello, da Bifolcoland, quando passavo con la sigaretta a 16 anni ed i capelli mezzi bianchi e mezzi rosa le vecchiette mi stavano alla larga, i bambocci (perchè quello erano per me) miei coetanei facevano fischi d’apprezzamento per il tanga fuori dai jeans (Dio mi ammazzi se indosserò ancora quella roba), le ragazze parlavano di pettegolezzi locali per me incoerenti e perciò mi allontanavo a fare passeggiate nella natura a fumarmi una cicca dietro l’altra nel boschetto, pensando a quanto era bello il mio paese ma quanto bifolca la gente, sentendomi speciale e non vedendo l’ora di tornare a scuola.

 

Sì, per potermi fermare il pomeriggio e andare con le mie amiche a ladrare.

 

Fu un gran bel periodo, mi sentivo come deve sentirsi spesso Isabella Santacroce quando scriveva i suoi primi romanzi.

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